La cattività

 

Il termine “cattività” deriva dal latino captivitate  che significa prigionia. Il mio dizionario lo spiega con: perdita di libertà, con riferimento agli animali selvatici costretti a vivere in gabbia. L’origine e la definizione del termine, pur se corretti, contengono già in sé un’accezione negativa. E la questione si complica subito. In effetti, imbarcarsi in un discorso sulla cattività, al di fuori delle chiacchiere da bar e quindi anche dai luoghi comuni, è un’impresa da far tremare i polsi e che troverà sicure critiche e opposizioni, da qualunque parte si stia. E qualunque concetto si esponga o ci si trovi ad ascoltare su questo delicato argomento è bene ricordare che si tratta comunque di opinioni. Di certo le opinioni possono, anzi devono, essere supportate il più possibile da elementi oggettivi e da “prove” a favore o contro.Premesso ciò, questa è, appunto,  la mia opinione.Dal momento che parliamo di Cetacei, sebbene il discorso possa poi essere applicato in parte a tutta la questione degli animali in ambiente controllato, non si può non partire da due presupposti :

a)    di fatto,con l' applicazione, in Italia e in moltissimi altri paesi, della Cites (la Convenzione di Washington che regola il commercio, e non solo, delle specie a rischio) non è più possibile importare Cetacei destinati alla cattività, provenienti da catture in mare (con qualche eccezione). Ciò significa che stiamo parlando di una popolazione ben definita e numericamente limitata di esemplari già in cattività e della loro prole;

b)     la rimessa in libertà di tali esemplari è un evento da ritenersi quasi impossibile, e di fatto, quando è stato praticato, oltre a ricevere la condanna del mondo scientifico, si è poi rivelato un avvenimento scriteriato, che a mette a serio rischio la vita degli esemplari stessi, e che non ha nessun valore né a livello di conservazione né di mero esperimento scientifico. Inoltre, è documentato uno scarso successo dei tentativi di reintroduzione. 

Motivi di preoccupazione comprendono:

1) la trasmissione di malattie tra gli animali rilasciati e gli individui e gli stocks in natura;

2) scambi genetici non voluti tra gli esemplari introdotti e le popolazioni endemiche (pericolo per la purezza genetiche delle popolazioni selvatiche);

3) la scarsa abilità e propensione degli animali rilasciati a procurarsi il cibo in maniera adeguata e a difendersi dai predatori;

4) la bassa capacità di difesa immunitaria dei delfini provenienti dall’ambiente controllato, per fronteggiare gli agenti patogeni naturali;

5) qualsiasi modello comportamentale sviluppatosi in ambiente controllato che potrebbe dimostrarsi dannoso per la struttura sociale delle popolazioni locali e per l'assimilazione sociale dell'animale rilasciato.

Stabilito allora che gli animali dei delfinari non possono essere rilasciati, che il numero è destinato a restare invariato o ad aumentare solo grazie a nuove nascite (quindi non a nuove catture) e assodato che tali strutture devono assolutamente garantire a questi animali le migliori condizioni di vita possibili da ogni punto di vista: etologico, biologico, veterinario, etc. (anche per legge, in Italia: Decreto 6/12/2001, n. 469) cerchiamo allora di capire perché può avere ancora un senso, oggi, mantenere Cetacei in cattività. L’ambiente marino è difficilmente praticabile e spesso ostile per l’uomo, esso rivela solo una piccola parte della sua complessità e solo a costo di grossi sacrifici (anche, ma non solo, economici). Così, fare ricerca scientifica sui Cetacei diventa un’impresa titanica, e lo dimostra il fatto che, ancora oggi, le nostre conoscenze su questi animali sono veramente scarse. Informazioni di vitale importanza le possiamo trarre anche lavorando sugli animali spiaggiati e sugli esemplari in cattività. La diatriba fra la “ricerca in mare” e la “ricerca in ambiente controllato” ha assunto negli anni aspetti ridicoli; non c’è una ricerca di serie A e una serie B. In particolare lavorando su animali che vivono in un ambiente così diverso dal nostro, tutte le informazioni che possiamo ottenere sono di vitale importanza. La ricerca inoltre non è solo pura (cioè, in un certo senso, fine a sé stessa) ma essa assume un’importanza fondamentale nello studiare strategie mirate alla conservazione delle specie minacciate. E’ fuori di dubbio che la popolazione di Cetacei in cattività offre possibilità di studio che, pur avendo ben presenti i limiti che tali ambienti artificiali pongono alla ricerca stessa, sono precluse in mare aperto (basti pensare a quanto si è appreso, in vasca, sul biosonar o sulla fisiologia e l’etologia della riproduzione, per esempio). I ricercatori senza pregiudizi non stanno a discutere su quale sia la ricerca migliore, ma traggono insegnamenti da entrambe, “incastrando” e confrontando i risultati. La presenza di animali vivi ha una notevole attrattiva sul pubblico il quale continua ad affollare zoo, acquari, delfinari, etc. Non c’è dubbio che nel corso degli ultimi decenni tali strutture abbiano, più o meno velocemente, “sterzato” verso una gestione delle loro risorse mirata a coinvolgere il pubblico in progetti e obbiettivi di educazione e sensibilizzazione.  Puntare il dito sulle finalità commerciali di tali strutture è puerile; è certo che una buona parte di esse hanno prima di tutto scopi di lucro. L’importante è vedere come a tali finalità ne vengano affiancate altre mirate a educare, informare, sensibilizzare i visitatori sulle specie presenti. Quale richiamo migliore, per un pubblico sempre più distratto e “televisivo” del mostrare gli animali vivi? Quale opportunità migliore per far vedere ai bambini che le creature di cui stiamo parlando non sono solo foto sui libri? Ed è in questo contesto che si inseriscono anche gli show. Essi, ovviamente, costituiscono un’attrattiva che la semplice esposizione dei delfini non può dare. Purché essi siano rispettosi della dignità degli animali e contengano anche elementi didattico-educativi (a fianco dell’immancabile parte puramente ludica) essi possono rappresentare anche un importante arricchimento della vita di questi animali: il programma addestrativo, l’interazione con i trainers, la preparazione dello show, costituiscono i momenti che riempiono le giornate degli esemplari in vasca, al di fuori dei momenti lasciati (obbligatoriamente) alla socializzazione e al riposo. Ricerca e educazione quindi quale condizioni imprescindibili (e sancite dalla legge), insieme a arricchimento ambientale1, cura e prevenzione “maniacali” a tutela della loro salute, osservazione comportamentale e “lavoro” sul gruppo sociale per evitare sofferenze psicologiche di individui sottoposti (cioè in basso nella gerarchia sociale) e/o frustrati. Da tutto ciò non si può più prescindere. Strutture moderne e proiettate verso il futuro parlano già anche di: programmi mirati di riproduzione artificiale e crio-conservazione (più o meno banche del seme) e iniziative di conservazione ex-situ2 per specie particolarmente minacciate di estinzione (per i Cetacei, per esempio il Lipotes vexillifer. Per concludere, sull’argomento si sono versati fiumi di inchiostro e parole. Ognuno ha la sua verità, che invece è un’opinione. Ognuno ha il diritto di avere la propria, possibilmente cercando di essere lucido, obbiettivo e documentato. E lasciando perdere i messaggi propagandistici e le esagerazioni (“i delfini in vasca si suicidano battendo la testa contro le pareti”, “i delfini in vasca stanno meglio di quelli in mare, mangiano tutti i giorni e non incontrano pericoli”).E’ una questione per niente semplice ma emotività, scarsa conoscenza (e malafede) fanno prendere grosse cantonate. Da ogni parte.

Note :

1 L'Arricchimento ambientale è una pratica comunemente utilizzata negli Zoo al fine di offrire agli animali stimoli di svariata natura per aumentare il loro livello di attività e per incentivarli ad assumere comportamenti quanto più simili a quelli naturali.

2 Si tratta del mantenimento e l’allevamento di animali a rischio di estinzione in strutture protette, quali fattorie sperimentali, parchi, giardini zoologici. Comprende anche la crioconservazione di materiale genetico sotto forma aploide (seme, oociti) e/o diploide (embrioni, cellule somatiche) o, ancora, sotto forma di sequenze di DNA. E’ l’ultima possibilità per assicurare, per il futuro, il materiale genetico necessario alla riproduzione (seme congelato) o persino la ricostituzione di una razza (tramite embrioni congelati) quando una razza è quasi o del tutto scomparsa

 

Da "Cetacea Informa anno XIV n.25"

Autore : Dott.Marco Affronte

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